E’ necessario spiegare la bellezza di una città d’arte? la meraviglia delle nostre dolomiti o delle spiagge della costa smeralda? No, non serve. E’ difficile, quasi impossibile, spiegare invece perché mi senta così attratta dalla Bassa, da quella parte di pianura padana che non riesce nemmeno a stare sopra il livello del mare, che da Medicina, dove sono nata, si allunga a nord verso il Po e ad est verso il mare adriatico. E difficile spiegare cosa sento quando, in macchina, percorro da sola quelle lunghe strade dritte che tagliano orizzonti infiniti, supero casolari abbandonati e gli altri argini di fiumi che non sono fiumi, ma soltanto piccoli rigagnoli.

La Bassa l’ha raccontata bene Gianni Celati nel suo “Verso la foce”, e ancor meglio Luigi Ghirri nei suo scatti, nella serie “Paesaggio italiano”, dove c’è quell’immagine del 1985, intitolata Formigine, che riassume l’essenza della bassa. Due colonne, un cancello aperto verso l’ignoto. Nebbia. Malinconia.

Più recentemente la pianura è stata raccontata dal cantautore Vasco Brondi, sia nel libro “Anime galleggianti”, un lento viaggio in barca lungo un canale che collega Mantova al Po, ma ancora meglio in diverse sue canzoni, come nel testo della brano “Blues del delta del Po”, straordinario spaccato in musica della vita di provincia. Di una certa provincia.

Tanti artisti hanno cantato la bassa, la pianura, le acque lente del grande fiume. E forse sì, per capire una bellezza che bellezza non è, serve un pizzico d’arte nell’anima. Come ha scritto un amico nel suo ultimo romanzo, ambientato a pochi chilometri da casa mia:

San Felice, Villa Clara, Sesto Corelli, Largo Grande, non era­no altro che dadolate di case attorno a una chiesa e un bar, che spesso coincideva con il centro sociale e la sezione del Partito comunista. Fiumi e canali si tagliavano a vicenda, alti argini, non di rado sovradimensionati rispetto agli sputacchi che ci scorrevano nel mezzo. Acquitrini, zone paludose, che pro­prio quell’anno erano state ribattezzate ‘oasi’ e ‘aree umide’, per ingannare turisti che non sarebbero mai arrivati. Macchie boscose ed ex risaie, campi di cipolle e patate, foraggio e bie­tole. Grandi casolari, alcuni abbandonati, poche case nuove, qualche palazzotto con una manciata di appartamenti. I metri quadrati, in quelle lande, te li tiravano dietro, perché non c’era nulla, se non a un’ora scarsa di macchina, ovvero a Bologna. San Felice, né Emilia né Romagna; né Bologna né Ferrara. Nel mezzo di tutto, fuori da tutto.

Costanza

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